siamo ancora capaci di parlare senza un display?

Senza nome, senza volto. Senza lineamenti certi, senza temperatura. Abbiamo scelto, non si sa se per sempre o solo per un periodo, di affidare le nostre relazioni ad uno smartphone. Ad una tastiera che digita parole in sequenza senza che esse, il più delle volte, siano connesse al nostro reale stato d’animo.

Abbiamo scelto di sorridere quando siamo arrabbiati, di mostrare interesse quando non ci importa nulla. Di essere altro da noi, anche quando uno sguardo potrebbe dire tutto. Ma la via più facile è quella di non farsi vedere, di mascherare nel gioco inconsapevole del ”sono quel che scrivo”.

Del mandare avanti emoticon al posto delle nostre smorfie. Spesso fuori luogo magari, a volte difficili da digerire, ma di certo naturali. E la colpa non è dei social, né del loro meccanismo. Non si tratta di bollare qualcosa ma di capire che in ogni cosa, specie nelle relazioni umane, non va mai perso il contatto.

La scomparsa del rischio

Il rischio di deludere qualcuno è scomparso. Il rischio di deludere per un ”no”, un ”non mi va” o un ”ci devo pensare” non è quasi più parte della nostra quotidianità; e quando ci entra diventa fonte di enorme disagio. Perché il display nella sua naturale capacità di porsi come barriera è di fatto il filtro tramite il quale passano il 90% delle nostre conversazioni.

Ed ecco che insieme all’assumersi il rischio di deludere una persona, che connota il più delle volte un sintomo di estrema sincerità, scompare  progressivamente anche la possibilità di donare piacere ed emozioni. Un sorriso fra due parole, uno sguardo all’insù per spezzare un momento di tensione. Insomma, quei piccoli gesti capaci di caratterizzarci nelle relazioni.

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Temiamo, sempre più spesso, il confronto con le reazioni e le risposte dell’altro e ci rifugiamo nel filtro tecnologico. Strumento salvifico in un’epoca dove il confine fra reale e immaginario è sempre più labile. A totale vantaggio di una dimensione di illusoria felicità digitale.

Ma abbiamo ancora il coraggio degli sguardi?

Quel che dobbiamo chiederci, guardando noi stessi per primi, è se siamo ancora capaci di contatto. Di dire guardando negli occhi cose piacevoli e spiacevoli, belle e brutte, assumendoci il rischio di non essere perfetti. Perché non è della perfezione che abbiamo l’obbligo bensì solo di star bene. Siamo ancora in grado di essere empatici, di comprendere allo sguardo lo stato d’animo di chi abbiamo davanti?

Di dire no, di negare qualcosa a qualcuno assumendoci l’onere di deluderlo ora per non ingannarlo nel tempo? Di dirglielo apertamente, senza l’ausilio di una chat, di un messaggio. Senza lo scudo di un display che ci protegge dal senso di colpa. Senza la scappatoia di passare offline per non ascoltare? Di bloccare qualcuno perc evitare di sentire che l0 abbiamo deluso?

Photo – Pixabay

Stefano Ursi

Classe 1979, romano. Da sempre amo la comunicazione. Video, audio, radio, social, siti web, tv. Consulente digital, social media, web content, ghost writing.