Alessandra Rinaldi, presidente de La Coccinella soc.coop.

Prosegue il mio viaggio nelle professioni alla prova del digitale. Il salto che faremo oggi insieme è di quelli capaci di aprire una fessura visiva nel rapporto fra il digitale, le professioni e il grande mondo del sociale. Per far questo, scardinando una concezione ancorata al passato secondo cui sociale e digitale si parlano poco, abbiamo chiacchierato con Alessandra Rinaldi, presidente della Cooperativa Sociale La Coccinella. Un rapporto troppo poco investigato quello fra sociale e digitale, dimensioni che in realtà si declinano fluidamente secondo uno schema multidisciplinare di grande efficacia. Guardare al futuro con più occhi, con più strumenti e spaziando fra più dimensioni, ma non perdendo mai di vista il centro di tutto: la persona.

”Volare al fianco di bambini, ragazzi e famiglie per dare loro una grande opportunità: ali grandi e forti per ricominciare a volare”. Iniziamo da voi, dalla vostra realtà.

”Siamo una cooperativa sociale che gestisce al momento tre grandi servizi principali: in primis una casa famiglia per minorenni provenienti da situazioni di gravi difficoltà familiari e/o di emergenza sociale, in secondo luogo una struttura sempre residenziale di semiautonomia per ragazzi maggiorenni in uscita dalla casa famiglia per minori che però non hanno una realtà familiare e abitativa in cui rientrare, la cui permanenza, sulla base di provvedimento di tribunale dei minorenni o iniziativa di servizi sociali, prevede prosecuzione del percorso formativo scolastico e di accompagnamento del mondo del lavoro. Il terzo servizio invece è Il ‘Centro – professionisti al servizio della persona’ ed è un’équipe multidisciplinare formata prevalentemente da psicologi e psicoterapeuti ma non solo, perché troviamo nutrizionisti, legali, logopedisti e altre figure professionali: questo servizio, nato inizialmente dall’esigenza di offrire anche l’opportunità di un percorso di supporto psicologico ai ragazzi ospitati in Casa Famiglia, nel tempo sta diventando sempre più un punto di riferimento per i cittadini del nostro territorio. Il punto di forza di questo approccio multidisciplinare sta nella considerazione che quando arriva una richiesta di aiuto, questa non ha solo un punto di vista, non solo un elemento da trattare per essere portata a risoluzione. Il senso è accogliere la persona a 360° in un unico luogo, di cui si fida, dando una risposta sistemica. Ci sono poi altri progetti che sono in corso o stanno per attivarsi, ad esempio teniamo un laboratorio di scrittura creativa nel Centro diurno per pazienti psichiatrici della Asl Roma 6 e, cosa molto recente, abbiamo vinto un bando del Dipartimento Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri per cui attiveremo a brevissimo un progetto annuale con tantissimi servizi. Lavoriamo molto nelle scuole e, cosa a cui tengo moltissimo, abbiamo appena avviato un progetto di formazione per le aziende che oltre ad essere un servizio classico svolto da professionisti, vede l’applicazione del metodo ‘happiness at work’, nato negli Usa e il cui principio è coltivare il benessere aziendale fra tutti i lavoratori nessuno escluso. Perché stare bene significa anche lavorare meglio quindi produrre di più. Il valore aggiunto del progetto è che ogni pacchetto formativo acquistato automaticamente genera un contributo che va a sostegno delle nostre strutture, economico o sotto forma di ore di formazione per i nostri ragazzi o lavoratori”.

Mi hanno molto intrigato la vostra storia e il tuo percorso in particolare. Ce li racconti prima di entrare nella sfera del digitale e delle professioni?

”C’era una volta una casa in cerca di destinazione d’uso e una famiglia che aveva voglia di mettere il proprio amore e la propria genitorialità al servizio della comunità. La casa in questione è un immobile che era tornato nella disponibilità della Diocesi di Albano e che, grazie ad un’indagine territoriale che evidenziava un aumento del disagio minorile, decise di avviare un progetto decisamente innovativo per la nostra regione che vedeva appunto una coppia residente in una struttura pronta ad offrire, oltre ad una casa, accoglienza e cura in una dimensione familiare. Si pensi che erano gli anni in cui esistevano ancora i cosiddetti “orfanotrofi” e solo 6 anni dopo arrivò la normativa che ne determinava la chiusura e regolamentava qualcosa di diverso, e solo 11 anni dopo la sua vera attuazione. Era il 1995 ed insieme, quella casa e quella famiglia, diedero vita appunto alla casa famiglia Villa Paradiso. Così inizia una storia in cui io mi inserisco da subito. Allora ero una ragazzina di 13 anni molto curiosa e non mi accontentavo delle spiegazioni di mia madre: lei era una volontaria di Villa Paradiso e, da mamma, voleva rispondere alle mie domande ma anche proteggermi dalle cose brutte della vita. Come si racconta ad una figlia di 13 anni che esistono, per esempio, genitori che abusano dei propri figli? Dato che in quella struttura io stessa avevo fatto anni prima anche l’asilo e che nel ’95 la parola ‘casa famiglia’ non era familiare come lo è ora, il suo significato non era per niente immediato e chiesi un giorno di poter vedere con i miei occhi cosa fosse questa ‘casa che accoglie bambini con problemi in famiglia’. Questa opportunità mi fu data e andai a bussare a quella porta per scoprire cosa ci fosse dietro. Ad aprirla non c’era solo la coppia residente, ma anche la prima ospite, una bambina non vedente di 6 anni. Inutile dirlo, questo incontro fu amore a prima vista! Imparai il braille e iniziai ad essere una volontaria che aiutava a fare i compiti. Il mio impegno cresceva di giorno in giorno, all’inizio pensavo di essere io a ‘fare qualcosa per’, poi mi sono resa conto di quanto questa esperienza facesse per me. In fondo sono stata una ragazzina di casa famiglia anch’io, ho percorso i miei passi parallelamente a quelli dei ragazzi che di volta in volta venivano accolti. Ma non sono l’unica ad aver fatto questo percorso. Villa Paradiso diventa, infatti, giorno dopo giorno, non solo luogo di accoglienza per i bambini/ragazzi in difficoltà ma anche per giovani e adulti che attraverso il volontariato volevano sentirsi parte attiva della comunità nonché per giovani che arrivavano per effettuare il tirocinio universitario. Succede che grazie a questo impegno sociale, oltre la nostra crescita personale, abbiamo iniziato a sviluppare una coscienza civile, una coscienza di partecipazione e solidarietà. E così abbiamo capito che era possibile generare qualcosa di nuovo e diverso dalla famiglia che aveva iniziato, scoprendo anche di essere imprenditivi. Lo scoprimmo soprattutto il giorno in cui arrivò la convocazione per una riunione da parte della famiglia residente. La solita riunione, pensammo, per organizzare qualche attività o risolvere qualche problema. E invece, quel giorno, ci sentimmo chiedere ‘vi va prendere le redini di questa storia e di divenire responsabili del suo futuro?’ e noi giovani, incoscienti ed inconsapevoli rispondemmo sì. A quel punto abbiamo dovuto chiederci come portare avanti questa storia. Perché non potevamo essere semplici persone che si prendono un impegno importante, bisognava essere qualcosa, bisognava costruire un’identità comune. Era il 2004 e quello è stato il momento in cui, studiando le varie opportunità, abbiamo deciso di costituire una cooperativa sociale, perché la reputavamo e la reputiamo ancora e ancor di più oggi l’abito su misura per i nostri sogni e i nostri progetti”.

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In molti ancora pensano, secondo una convinzione dura da sradicare, che il sociale e il digitale siano due dimensioni che non si parlano. Eppure realtà come la vostra dicono una cosa diversa.

”Assolutamente sì, peraltro in maniera sempre più marcata. E su più livelli. Per gestire una cooperativa sociale non servono solo competenze umane e professionali legate al lavoro di cura, ma si tratta anche di gestire una società a tutti gli effetti, cosa che porta con sé l’obbligo di dotarsi di una serie di strumenti: dai software gestionali ai prodotti digitali di uso più comune. Pensiamo ai social. Noi per sopravvivere abbiamo la necessità stringente di avere un progetto strutturato di fundraising, che ti permette di rapportarti agli altri, raccontarti, avere contatto con il sostenitore e via dicendo. Questi strumenti sono ormai basilari per la gestione delle relazioni e lo sviluppo delle attività della società. Torno al bando vinto di cui parlavamo sopra, perché uno degli obiettivi sarà la creazione di un’app utile a sperimentare percorsi metodologico-didattici innovativi basati proprio sulle nuove tecnologie. Per essere al fianco delle nuove generazioni ed effettuare interventi educativi, questo tenersi al passo è fondamentale. Penso poi alla telemedicina, altro spazio in cui il digitale entra sempre più prepotentemente e può avere un impatto secondo me interessantissimo”.

Mi ha molto colpito il passaggio sulla multidisciplinarietà come valore aggiunto. E allora ti chiedo: la multiprofessionalità nel vostro settore è la chiave di volta per vincere la sfida del futuro?

”Sì e penso che in questo senso una cooperativa sia di per sé la concreta dimostrazione di ciò, non solo perché è una incredibile scuola di democrazia dove ciascuno è parimenti importante ma proprio perché nella sua dimensione plurale (pluralità di persone, visioni, valori, obiettivi che trovano una sintesi condivisa), centrata sulla valorizzazione dei propri soci e la creazione di lavoro di qualità per loro, si sviluppano le diverse competenze umane e professionali e si crea la squadra che giorno dopo giorno costruisce il futuro. Noi abbiamo visto che quando si riesce a costruire una rete di professionalità diverse, di soggetti differenti che sono in grado di parlarsi e lavorare insieme, il risultato che si genera è qualcosa di incredibilmente significativo. E ottenuto in tempi più rapidi. L’efficacia di un approccio multidisciplinare e multiprofessionale è quindi assoluta. Essere ‘diversi’ produce, altresì, quell’ispirarsi e quel supportarsi a vicenda che nasce quando la passione si unisce all’ingegno e alla professionalità e che ci permette di vedere i problemi come opportunità anche e soprattutto grazie al fatto di essere insieme. Del resto, nessuno si salva da solo, ce lo ha insegnato anche questo difficile periodo di pandemia. E guardando al futuro, la multiprofessionalità ci permette di intendere l’innovazione anche come quel processo infinito per cui quando si crea qualcosa (un nuovo progetto/servizio) si è ad un nuovo punto di partenza e non ad un punto di arrivo, ogni sguardo differente racconta un orizzonte possibile, la capacità di fare nostri questi orizzonti ci permette di trasformare il futuro in cui crediamo nel nostro presente”.

Stefano Ursi

Classe 1979, romano. Da sempre amo la comunicazione. Video, audio, radio, social, siti web, tv. Consulente digital, social media, web content, ghost writing.