Immersi nel futuro, ascoltiamo musica ''vecchia''
  • Settembre 19, 2019
  • Stefano Ursi
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Siamo immersi nel futuro, ma amiamo la musica vecchia. Non è la prima volta che sento questa frase e non è solo una sensazione quella che anima certe riflessioni. I dati sono importanti, è vero. E per parlare di questo argomento prendo spunto da una recente e interessante ricerca dell’istituto Nielsen citata dal Wall Street Journal, secondo la quale il 65 per cento della musica ascoltata sui servizi di streaming è ”vecchia”, ovvero pubblicata da almeno un anno e mezzo.

La ricerca analizza tutta una serie di fattori sui quali non mi soffermo, fra cui la corretto evidenziazione dell’innalzamento anagrafico di chi utilizza servizi di musica in streaming. Mi interessa piuttosto prendere spunto da questo per ragionare brevemente su un fenomeno evidente, che esula dal contesto strettamente streaming, e che non necessita di particolari riflessioni onde essere compreso.

C’è una differenza abissale di gusti fra le giovani generazioni e quelle non esattamente giovanissime. La musica odierna difficilmente entrerà nelle preferenze di chi ha qualche anno in più, mentre la musica ”vecchia”, specie quella che va oltre una determinata soglia di età, continua a fare proseliti anche fra i giovani.

Se pensiamo ai Queen (la cui mania è riesplosa dopo l’uscita al cinema di Bohemian Rhapsody), ai Guns ‘n’ Roses, a Elvis Presley, agli Aerosmith o ai Rolling Stones, o magari agli U2 ci accorgiamo che è difficile definire loro musica ”vecchia”. L’anagrafe delle canzoni non corrisponde per nulla ad un declino del gradimento.

Musica ”vecchia”: longevità fa rima con successo

In questo caso longevità significa ancora successo. Basta sondare un piccolo gruppo di giovani abbastanza eterogeneo per capire che una gran parte conosce almeno una canzona di uno dei giganti succitati. Perché? Il gusto, come ovvio, è del tutto personale.

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Ma rimane di tutta evidenza che la tecnologia e l’innovazione dei metodi per ascoltarla non per forza cambia radicalmente anche le preferenze; e che la qualità non teme né il passare del tempo, né i mutamenti tecnologici. Dal vinile allo streaming, la grande musica non cede il passo.

Forse perché era (e ancora oggi è) una musica capace di far sognare e di far riflettere? In grado di toccare corde sensibili in ogni epoca? A ben vedere non dovrebbe stupirci che la musica ”vecchia” faccia sempre più breccia anche nella fruizione dei servizi streaming.

Perché nonostante i social, nonostante la progressiva chiusura introspettiva e la mutazione genetica data dalla sempre più profonda digitalizzazione delle abitudini, l’essere umano resta sempre alla ricerca di qualcosa che parli di lui. E la musica che molti chiamano vecchia parlava, e parla ancora di noi. Non importa chi siamo e quanti anni abbiamo.

Photo Copertina – Pixabay

Stefano Ursi

Classe 1979, romano. Da sempre amo la comunicazione. Video, audio, radio, social, siti web, tv. Consulente digital, social media, web content, ghost writing.