Intelligenza artificiale:
sostituto o supporto?

Intelligenza artificiale:
l'approccio dell'anfibio

Quali sono i lavori a rischio a causa dell’intelligenza artificiale? Quante volte avete letto questa domanda sul web? Infinite volte, con ogni probabilità. Un fiorire di studi, dossier e approfondimenti sul tema corredati da ricerche più o meno ampie sul tema che ci raccontano realtà diversificate. E, spesso, prospettive molto diverse.

Intelligenza artificiale e esperienza reale

Prima di entrare nel merito della questione, occorre fare una veloce incursione in uno dei passaggi chiave: il rapporto fra AI e esperienza reale dei lavoratori/professionisti. Con buona pace di ogni analista, non può e non potrà mai esistere un sostituto dell’esperienza umana. L’elemento umano non è eliminabile, specie in alcuni ambiti dove contano la sensibilità e la capacità di cogliere gli attimi e i momenti (facendo così una scelta giusta al momento giusto). O dove occorre discernere sulla base dell’osservazione dell’altra persona.

Professioni o compiti a rischio?

Entrando più in profondità, dobbiamo fare una riflessione su ciò che realmente potrebbe essere sostituito dalla AI: a rischio sono le professioni (o i lavori) oppure alcuni compiti che di quelle professioni fanno parte? Al netto delle considerazioni più catastrofiste, la situazione è estremamente più granulare e non è difficile comprendere come ci siano alcuni task candidati più di altri ad essere sostituiti dall’attività dell’intelligenza artificiale.

Pensiamo all’estrazione di dati da grandi database, alla scrittura di codice o al riassunto di documenti molto voluminosi e che non necessitano di particolare interpretazione. Compiti noiosi, ripetitivi e meccanici. E proprio per questo candidati a divenire task principe dell’AI. Difficile non intravvedervi un vantaggio, spesso competitivo.

Liberare senza sottovalutare

Alla luce di quanto ci siamo detti finora l’intelligenza artificiale, se dedicata ad alcuni task noiosi e ripetitivi e capace di accorciarne i tempi di realizzazione e di velocizzarne un utilizzo più efficace, diventa una tronchesi potentissima per rompere le catene spesso imposte alle soft skills umane. Un professionista dei social media che abbia il doppio del tempo per elaborare un piano editoriale, perchè la AI gli ha fornito una serie di dati sulle buyer personas che avrebbe dovuto cercare da solo, sarebbe un professionista con il doppio del tempo a disposizione per strategia e creatività.

Attenzione però, perché se questo schema conduce poi all’automation bias, ovvero ad un eccessivo affidamento alla AI spegnendo quasi totalmente il pensiero critico e l’uso umano dei dati e dei risultati, allora il rischio è che la sostituzione tanto temuta arrivi in maniera inconscia. E per questo ancora più pericolosa.

L’approccio dell’anfibio

Quale dunque un approccio utile nell’uso dell’intelligenza artificiale? A me piace parlare di approccio dell’anfibio. Proprio come un anfibio è perfettamente a suo agio sia in acqua che sulla terraferma, il professionista moderno deve saper navigare tra due mondi: quello umano e quello algoritmico e basato sulla AI.

Questo ci necessita una scelta fra le due dimensioni? Assolutamente no. Ciò ci spinge infatti a sviluppare la capacità professionale di passare dall’uno all’altro senza attriti, adattandoci ad un ecosistema in continua evoluzione. Assorbendo costantemente i nuovi aggiornamenti tecnologici senza perdere la propria identità professionale. Così la AI sarà sempre un supporto, e anzi un fedele alleato in contesti dove c’è da automatizzare alcuni task, ma mai un sostituto della proprià professionalità e discrezionalità.

Photo – Pixabay