Storytelling, cos'è?
Sono le persone!
Perfezione, il "filtro" che ci allontana
Cos’è lo storytelling? E soprattutto, quale modello funziona? La risposta è più semplice di quanto pensiamo. Almeno quella che io mi sono dato dopo anni di esperienza. E di cocenti delusioni.
Hai mai fatto caso che siamo circondati, specie sui social media, di immagini 4K perfette e di sorrisi pronti per lo scatto? Da cui, sempre più spesso, iniziamo a sentirci lontani. Forse perché ci fanno sentire imperfetti, incapaci di replicare quella ideale perfezione di immagine e (pensiamo) di riprova sociale. La qualità tecnica e stilistica attira l’occhio, a volte lo mantiene in stato di attenzione, ma raramente connette davvero. Perché?
Storytelling è coinvolgere
Se qualcuno ci racconta una storia, l’effetto che si aspetta è che ci immedesimiamo. Che ci sentiamo coinvolti in qualche modo nella trama, che ci sentiamo “un po’ lui” e che dunque entriamo nel suo mood. Se questo qualcuno ci parla dall’alto verso il basso, come se ci stesse insegnando da una cattedra, molte volte l’effetto immedesimazione si spegne. L’interlocutore si allontana mentalmente, ascolta ma non sente.
Viviamo in un crescente clima di stanchezza digitale, di disaffezione verso certi tipi di contenuti. Che continuiamo a guardare in maniera automatica a causa di un meccanismo che gli esperti chiamano scrolling compulsivo (o infinite scrolling): passiamo ore e ore davanti ad un display, guardando tutto e non vedendo nulla.
Ci connettiamo con le cicatrici, non con la perfezione
Notiamo invece una crescita esponenziale di contenuti che si incentrano, senza filtri o reticenze particolari, sull’intimo vissuto delle persone. Contenuti che vivono del senso più profondo dello storytelling: le persone. Racconti di momenti difficili, confessioni di cadute e risalite, desideri inespressi, ambizioni soffocate e poi liberate. Ma su tutto domina l’elemento umano: le persone sono al centro di ogni momento.
Se mettiamo di fronte ad una camera il sorriso di chi ha vinto una sfida, ci accorgeremo che è imperfetto, magari asimmetrico e stanco: ma la luce di cui brilla è diversa. Più forte, più intima, più capace di entrarci dentro e di farci sentire coinvolti. Difficile non dire che la qualità ha la sua valenza, in ogni contesto, ma resta il fatto che davanti ad una persona vera, ad una storia vera, ogni risoluzione passa in secondo piano.
Difficilmente ci accorgiamo se un video è in 4K o in 1980 se il contenuto ci ha “rapito”. Mentre seguiamo le sensazioni forti che ci trasmette, vediamo con il cuore più che con gli occhi.
Le difficoltà parlano di noi
Ammettiamolo senza problemi: nessuno di noi ama parlare delle proprie difficoltà. Perché queste raccontano molto di noi e del nostro vissuto più intimo e profondo. Mostrano le nostre fragilità, le nostre paure e, implicitamente, ci espongono ad essere visti come vulnerabili. E la vulnerabilità è un aspetto di noi che difficilmente mostriamo, almeno a molte persone. Ed è così che, in maniera quasi analoga, molti marchi o persone per anni hanno avuto difficoltà a proporre uno storytelling che racconti un vissuto difficile. Ora le cose sono profondamente cambiate e le fragilità sono un argomento uscito dal perimetro dei tabù.
Le persone scelgono le persone
Quando imperniamo il nostro storytelling su una caduta e una risalita, su un racconto di obiettivi raggiunti con sacrificio e forza di volontà stiamo costruendo una connessione forte. Stiamo dando vita ad un meccanismo di riconoscimento unico e indissolubile, perché le persone scelgono sempre le persone. I loro valori, il loro vissuto e percorso. Le persone si immedesimano nelle persone: che siano di successo o in caduta libera. La fiducia e le dinamiche di rispecchiamento sono la chiave che apre ad una narrazione efficace e, permettiamoci di dire, coinvolgente perchè vera.
Come si fa lo storytelling? Parlando con le persone.
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